domenica 8 ottobre 2017

I Minori, la Giustizia e la Legge



doverosa riflessione


I Minori, la Giustizia e la Legge



Avv. Gerardo Spira *



Ogni giorno leggiamo sulla stampa notizie di decisioni estreme della Giustizia adottate nei casi di separazioni, che ormai hanno invaso la famiglia e la società come un fiume in piena. Non c’è più assunzione di responsabilità giudiziaria o almeno essa non ha assunto il concreto e pieno valore! Ogni Tribunale tira fuori dal cilindro il proprio coniglio. Il rito davanti al TRIBUNALE PER I MINORENNI è diventato un terno al lotto; nessuno riesce a prevedere la decisione, tranne qualche caso preannunciato per la notorietà dei soggetti in campo. 

I genitori aprono il fronte di guerra, la giustizia prepara lo scenario; il palcoscenico si affolla di una miriade di personaggi, pronti ad aggredire, a tentare di mediare o ad accaparrarsi il pomo della contesa nel lungo e interminabile percorso giudiziario. 

Il minore, soggetto che la legge pretende di salvaguardare, corre da una parte all’altra, strattonato, sgridato e imbeccato, in attesa di incontrare la tanto agognata pace e serenità. Intanto il tempo corre e come ormai tutti sappiamo, tra un rinvio e l’altro, memorie e Ctu, ci ritroviamo, ormai stanchi, maturi, si fa per dire, per sentire l’ardua sentenza. 

Nel giorno del giudizio i genitori si presentano con qualche capello bianco, accompagnati da qualche altro minore, intanto venuto al mondo nel quadro della convivenza allargata insieme al fratello, pomo della discordia, col tono della voce cambiato, accompagnato per mano dalla prima fidanzatina di turno. 

Finalmente, il giudice ha deciso e tutti, ansiosi di tornare alla vita ormai cambiata, ascoltano il rituale in un’aula apparecchiata e ammobiliata alla solennità. “In nome del popolo italiano……PQM… Giustizia è fatta! Almeno, pare; forse non è così; No, qualcuno piange, grida, è disperato! Chi è! La madre, il padre, qualche parente? ... E’ il minore, l’unico soggetto che lo ha preso a……quel servizio. 

La decisione non parla di lui, dei suoi sentimenti, del suo futuro. Eppure aveva tante cose da raccontare, dell’inferno in cui ha vissuto, del dolore che si è portato dentro, delle tante porcherie che ha dovuto sopportare e soprattutto la presenza di assistenti e psicologi che hanno sconvolto la sua vita privata, sezionandola come un corpo morto, senza curarsi delle sofferenze che ha dovuto reprimere per opportunità. 

Tutto questo fardello formerà il bagaglio che si porterà nei lunghi e interminabili silenzi della vita, quando sarà solo con se stesso. Nessuno lo ha ascoltato. Eppure egli voleva e lo chiedeva e quando non poteva parlare si esprimeva con le lacrime e il volto segnato dal dolore. Ma il Giudice affrettato dal carico del ruolo e delle cartacce, non ha avuto o non ha trovato il tempo per soffermarsi su questi segnali.

La decisione del Giudice, maturata e scritta in gran segreto non parla di lui, ma di soldi distribuiti e da distribuire all’uno o all’altro genitore, agli avvocati, ai tecnici; parla delle spese affrontate e sostenute per costruire e mantenere la scena. 

C’è chi si lecca le ferite, chi raccoglie le carte e quel che è rimasto della toga, segnata da una macchia, ben visibile non eliminata e c’è chi in silenzio, vagando e confuso, va verso l’uscita, quella che, tanto tempo fa, aveva intrapreso con sostenuto orgoglio. 

La solita voce di rito libera la scena: “chiamo la causa di… tutti prendono la strada del ritorno tra sommessi e furtivi sguardi, quasi a voler cercare la ragione di quella decisione, dopo tanto tempo.

Fuori dal palazzo i commenti e le discussioni continuano tra una pausa e l’altra e continuano in macchina, poi in famiglia, e ancora negli studi legali. Ognuno comincia a fare i conti. Chi ha perduto e chi ha vinto, e si parla sempre e soltanto di soldi. Si parla di quanto questo caso è costato allo Stato per stipendi a Giudici, personale collegato, assistenti, forze dell’ordine e d’intorni. La questione, così conclusa solo in primo grado, è costata un fiume di danaro che, moltiplicato per tutti i casi pendenti e crescenti, lascia perplesso qualsiasi esperto di politica economica. 

C’è chi pone la domanda: ma ne è valsa la pena?” non si potevano abbreviare i tempi per ridurre costi e spese? La risposta: la giustizia deve fare il suo corso e lo deve fare nei tempi e nei modi che in cui lo stabilisce il Tribunale. Lo Stato non ha alcuna competenza. L’organizzazione della macchina amministrativa e giudiziaria dipende dai giudici e da questi dipendono i tempi dei procedimenti. 

Il cittadino deve pazientare, attendere e pagare i costi di una organizzazione messa in piedi per fargli giustizia!?

Questo tema fa parte della ormai e diffusa discussione sul perenne conflitto tra i poteri dello Stato. La Politica non riesce ad arginare la invasione della magistratura e questa ne condiziona la vita perché conosce il sottobosco in cui opera. Si dice anche che la Giustizia soffoca la politica perché questa non risponde alle sue richieste.

E intanto i tempi corrono, i minori diventano uomini, mentre la Giustizia è sempre lì ad attenderti, più invecchiata e fuori moda, ma lì col solito rito e gli stessi soggetti, più distratti per la stanchezza, meno impegnati sui libri, più preoccupati dei problemi familiari, con la decorosità vistosamente deformata. 

Il tempo corrode anche la più resistente dignità, quando questa è condizionata dal ritmo infernale della vita moderna. 

In qualche tribunale, per dimenticanza, un minore, rimasto tale nelle carte, è stato “chiamato” all’età di 25 anni, per essere ascoltato. I genitori erano scomparsi, assistenti sociali ed operatori erano usciti di scena e lui era finito nella famiglia dei nonni.

Nella stessa aula di un tempo il giovane compare solo e senza avvocati. Il Giudice di turno lo ha chiamato per ascoltarlo, perché risultava quell’adempimento, rimasto scritto nella pratica ancora aperta. La presenza dell’uomo lo imbarazza. Il magistrato gira e rigira nervosamente le carte in cerca di una verità finita negli archivi della confusione burocratica. Vistosamente imbarazzato e con gli occhi bassi, fissati nel vuoto del tempo, si scusa e freddamente lo libera. Il giovane resta un attimo con lo sguardo rivolto sulla parete, alle spalle del Giudice. Ancora pendente vi è il cartello che ricorda con la scritta” La legge è uguale per tutti”.





* esperto di diritto amministrativo e minorile. *gerardospira@yahoo.it

lunedì 7 dicembre 2015

I DIRITTI DELL'UOMO CONTRO LA MALA GIUSTIZIA DEI TRIBUNALI DEI MINORI



Se una mattina decidi di scorrere le pagine di un notiziario giudiziario sulle decisioni dei tribunali per i minorenni resti violentemente sconvolto per la cultura con cui vengono trattati questioni che riguardano la vita e il futuro dei nostri figli. Nella materia dei minori tutti gli attori appaiono impegnati a trovare una soluzione al grande problema che ha colpito la famiglia, ma tutti sono responsabili del decadimento di uno dei grandi valori della società: la dignità della persona in cui si sommano i principali diritti dell'uomo. Leggiamo e riflettiamo! Se ne fa un gran parlare nei convegni e negli incontri, ma, dopo le pause conviviali, i partecipanti si mettono in contestazione tra loro, per confrontarsi su astruse teorie che finiscono per confondere il buon senso del DIRITTO e della GIUSTIZIA.
Nella G.U n.252 del 29 ottobre 2015 è stata pubblicata la legge n. 173 del 19 ottobre 2015, riguardante le modifiche alla legge n.184 sul diritto alla continuità affettiva dei bambini e delle bambine in affido familiare. Dal mondo della giustizia minorile arrivano notizie che finalmente alcuni tribunali cominciano a prestare attenzione ai minori più che ai genitori in lite. Dopo l'intervento della Consulta, il Tribunale dei Minori di Firenze, per la prima volta, ha autorizzato il figlio adottato a ricercare la propria madre naturale.
Il Tribunale di Firenze ha così preso atto di quanto consacrato nella Grande Carta di Strasburgo : “Non si può vietare ad un figlio adottivo di risalire ai genitori naturali”, è questo il principio in base al quale la Corte Europea dei Diritti dell’Uomo di Strasburgo aveva stabilito che la normativa italiana prevista nell’art. 28 co. 7 della legge 184 del 1983 doveva essere rivista. Dal Tribunale dei minori di Roma spunta la decisione che la figlia di una delle due conviventi, grazie alla procreazione assistita eterologa e' stata adottata dalla compagna della madre. Finalmente qualcosa di nuovo compare all'orizzonte del mondo giudiziario minorile. La forza corrosiva dei diritti dell'uomo sta penetrando nelle coscienze più retrive del mondo togato chiuso e ancorato ad una cultura giuridica ormai superata e sferzata da una società in continua rivoluzione.  In molti Tribunali della giustizia minorile con costanza paranoica sono stati perpetrati i più odiosi misfatti contro le famiglie e i minori. In questi stessi tribunali sono stati messi in atto procedimenti di persecuzione, di pressione forzata contro i genitori, specialmente padri, violando principi e valori posti a guardia della dignità dell'uomo. A torto o ragione sono stati separati padri dai figli, con decisioni di cultura vendicativa contro i diritti dell'uomo fino a sollevare le ire della Corte Europea che ha fatto sentire i suoi strali con pesanti sanzioni. Alcuni Giudici, con la compiacenza dei magistrati della porta accanto, si sono accaniti contro la legge e la comune morale familiare con decisioni che hanno stravolto la vita delle famiglie, distrutto patrimoni e minato le radici del DIRITTO del nostro Paese conclamato a “culla della civiltà”. 
E mentre avanzano le novità normative che pongono sullo stesso piano dei diritti figli legittimi, legittimati e naturali la legge n.54 del 2006, famosa per l'affidamento condiviso, resta ancora chiusa nei cassetti di molti tribunali, offuscata da polverose interpretazioni e dalle solite decisioni di separazioni imposte anche nei confronti del figlio. Il legislatore ha disposto l'affidamento paritario, invece la giustizia ha sempre separato il figlio dai genitori. Dai Tribunali fino alla Suprema Corte di Cassazione sono venute le più disparate decisioni, tutte diverse nel merito, pur trattando lo stesso contenuto: ragioni, affetti, sentimenti e la vita dei minori separati. La giustizia minorile, si è mossa sempre in modo contrario alla volontà del legislatore!. 
Un tribunale ragiona in modo diverso dall'altro. Anzi un collegio si guarda bene dal richiamare la decisione di un altro collegio. L'autonomia e l'indipendenza della magistratura in Italia valgono per ciascun Ordine e grado di ciascuna circoscrizione. Ogni Giudice è ordine e potere a sé! 
Ciò che decide un tribunale non appare orientamento condiviso da un altro, nella stessa materia e identico contenuto. Cavilli e interpretazioni, fuori dal diritto, hanno aperto le porte ad un contenzioso che ha visto come attori giudici, avvocati ed operatori, tutti impegnati, a diverso titolo, nel girotondo del grande affare economico-finaziario, che non ha nulla a che fare coi diritti di un minore, coi suoi sentimenti e con quelli delle famiglie coinvolte. Il Minore?
Il minore che deve essere il primo e l'unico soggetto da tutelare, è stato scientemente tenuto ai margini del conflitto, come se la questione non lo riguardasse, trascinato nelle Corti, per confermare se volesse vedere il padre e se lo volesse frequentare. Una idiozia giudiziaria che si perpetra spudoratamente e quotidianamente, col tacito assenso di tutti, con rito abitudinario davanti ai bambini che assistono increduli e spauriti in un ambiente in cui si sente l'odore sgradevole di una giustizia vecchia e decrepita .
La lite della separazione è stata trasformata, strategicamente, dagli osannati cultori del diritto in conflitto permanente, da cui il malcapitato genitore, quasi sempre l'uomo, non ne esce più. 
Mentre qualche spunto di nuova cultura giuridico- giudiziaria apre le porte alle coppie naturali e agli affidamenti eterologi, si spera senza altri danni, questa stessa giustizia ha dimenticato che vi sono ancora casi che attendono, da tempo lo stesso riconoscimento e identica condivisione, secondo una legge, rimasta nel cassetto.
E' tradito il principio costituzionale che tutti sono uguali di fronte alla legge e che la logica del diritto va applicata in modo uguale per tutti, per i figli adottati, per quelli naturali, per i legittimati, per figli legittimi e per i figli dei carcerati.  Invece mentre i figli naturali trovano spazio e riconoscimento, giustamente, e mentre il Ministro della Giustizia Orlando ha approvato un protocollo per consentire ai minori di mantenere contatti e frequentazioni con i genitori carcerati, ancora vi sono genitori che aspettano davanti alla porta dei tribunali per vedere il proprio figlio, per sapere come sta e per vedere quanto è cresciuto, come pensa, che volto ha, come è cambiato nelle abitudini della vita. 
Con la scusa del fantasioso percorso protetto, pura invenzione psico-giudiziaria, vi sono ancora genitori messi in castigo da anni in attesa di superare una prova che non è prevista dalla legge e che è nascosta nella insana ragione di operatori abituati a dividere e non ad unire.. 
Molti padri hanno rinunciato alla vita( la casistica quella volutamente nascosta, riporta dati allarmanti), molti hanno dovuto mollare per disagi e difficoltà creati e aggravati nel lungo tempo di spasmodica attesa.
Vi è un caso presso il Tribunale di Imperia, città ridente nella lussuosa Liguria, finita quest'ultima sulle pagine della cronaca della criminalità mafiosa, in cui un Giudice, sempre di genere, ha talmente confuso la vicenda, da tenere in castigo, da oltre dieci anni, la madre francese perché“ non conosce la lingua italiana” (sic) vietandole ogni contatto con la figlia, collocata presso la “famiglia” del padre “italiano”. 
Un interprete deve fare da tramite negli incontri protetti. !!!!???? In Uganda il diritto naturale sicuramente decide con più buon senso.
Vi è ancora un altro caso a Roma davanti al Tribunale dei minori che attende da anni una decisione rimasta nel limbo delle congetture della Giustizia di genere, finita nel groviglio dei rapporti : Servizi socio-sanitari- cooperative e personaggi scomodi al mondo politico-istituzionale. Mentre il bambino, ora divenuto ragazzo, va scappando per l'Italia con la madre, sottratto alla legge e al diritto, il padre attende davanti alla porta del Tribunale da oltre tre anni che il giudice responsabile assuma una decisione che non viene presa perché una dirigente dei Servizi sociali di Roma capitale risulta intercettata in un colloquio con tal Buzzi, il famoso delle scorribande istituzionali tra le cooperative di servizi. 
Il Giudice della Corte di Appello sempre di Roma non si sa se ha dimenticato il caso o non ha il coraggio di affrontarlo. 
La civiltà giuridica nasce e cresce nei tribunali e non nel Parlamento, almeno fino a quando non viene chiarito cosa si intende per autonomia ed indipendenza. Qui è lo snodo della risoluzione del grande problema della Giustizia. 
La giustizia del “fai da te” ricorrente in questo periodo lascia sospesa la domanda” è ancora utile questa giustizia? 

avv. Gerardo Spira

martedì 17 marzo 2015

Violenza sugli uomini, ecco i risultati di una ricerca universitaria: numeri allarmanti


di Massimiliano Gobbi


Oltre sei milioni uomini vittime di violenza, oltre 3,8 milioni di violenza sessuale e 2,5 milioni di atti persecutori. Circa 500 mila solo a Roma. Questi sono i numeri emersi da una ricerca presentata nel 2012 a Roma sulla violenza della quale sono vittime soggetti maschili. Dati sorprendenti che rappresentano un quadro sociale per certi versi sconvolgente elaborato attraverso i migliori criteri ISTAT.

Nonostante la ricerca sia stata pubblicata da diverso tempo, nel 2015 ancora non si placano le proteste di chi non accetta che anche le donne italiane sanno essere violente come gli uomini. Lo studio pubblicato in Rivista di Criminologia, Vittimologia e Sicurezza – Vol. VI – N. 3 – Settembre-Dicembre 2012, è stato sviluppato da un equipe di studiosi capitanati dal professor Pasquale Giuseppe Marcrì dell’Università di Arezzo, e composta dal dottor Fabio Nestola, curatore centri Studi Fenbi ed Ecpat; dalla dottoressa Yasmin Abo Loha, coordinatore Ecpat Italia, dalla dottoressa Sara Pezzuolo, psicologa giuridica.

Il gruppo di studiosi ha individuato un campione di 1056 uomini, di età compresa tra i 18 e i 70 anni, e ha posto loro domande a proposito del rapporto con le donne. È emerso che molti uomini sono vittime di atti persecutori e violenza proprio da parte delle compagne.

L’indagine, regolarmente depositata presso il CNR (dal quale ha ricevuto verifica di conformità tecnica e bibliografica), ha portato a risultati sorprendenti: il 77% degli intervistati ha dichiarato di aver subito almeno una volta violenza psicologica da parte di una donna e il 63%, rispondendo alle domande degli studiosi, ha ammesso di aver subito violenza fisica proprio da parte di un’esponente del gentil sesso.

«Questo studio dimostra che la violenza non è di genere». «La violenza è compiuta sia da uomini sia da donne, per questo gli sportelli anti-violenza dovrebbero essere dedicati a entrambi. Anche il dato romano, che registra circa 500 mila vittime di violenza, necessita una seria riflessione» afferma il dottor Fabio Nestola.

«I dati sono perfettamente sovrapponibili a quelli della violenza sulle donne». «Eppure l’Italia è l’unico Paese in cui non si indaga e non si parla di violenza sugli uomini sia maggiorenni che minorenni. Troppo a lungo la violenza è stata considerata come un fenomeno di genere e non indagato nella totalità» aggiunge la coordinatrice Ecpat Italia, Yasmin Abo Loha.

«Questo studio va a colmare un vuoto informativo, istituzionale». «Esistono dati infiniti per quanto riguarda la violenza nei confronti delle donne, ed e’ doveroso, ma non esiste nulla nel nostro paese per la violenza a ruoli invertiti. E’ uno studio che va ad analizzare il concetto di violenza come concetto astratto e per farlo abbiamo usato lo stesso schema utilizzato dall’Istat alcuni anni fa per svolgere un’indagine conoscitiva rivolta all’utenza femminile, quindi domande su: violenza psicologica, fisica, sessuale e su atti persecutori» aggiunge il curatore centri Studi Fenbi ed Ecpat.

«Purtroppo non si vuole parlare di questi temi». «Quando si parla di violenza si tende a pensare solo a quella sulle donne, in qualche caso sui bambini” dice la dottoressa Yasmin Abo Loha, coordinatrice Ecpat Italia ed esperta di abusi e pedofilia, “il nostro intento era quello di colmare un vuoto scientifico”.

«L'uomo fatica a riconoscersi vittima». «Abbiamo riscontrato che l’uomo incontra estrema difficoltà nel riconoscersi come vittima», spiega Fabio Nestola, componente del gruppo di ricerca, «pertanto per le vittime maschili esiste un sommerso enormemente superiore al pur considerevole sommerso delle vittime femminili».

«Mancano strutture». Contrariamente a quanto previsto per le vittime femminili, per l’uomo non esiste alcuna sollecitazione istituzionale a denunciare la violenza subita, nessun centro di accoglienza, nessun numero verde, nessuno sportello di ascolto pubblico o privato», prosegue Nestola, «persino in commissariato, quando prova a sporgere denuncia, l’uomo che ammette di essere vittima della propria compagna ha difficoltà ad essere creduto e si scontra con un atteggiamento di sufficienza, sottovalutazione del fenomeno, spesso anche derisione».

link: www.adiantum.it/public/3629-violenza-suglio-uomini,-ecco-i-risultati-di-una-ricerca-universitaria--numeri-allarmanti.asp

domenica 22 febbraio 2015

Stefano Liberato: manifesto a Roma per mio figlio Alexander. Si intervenga sulla condotta di Bucarest

E’ ormai dal lontano 4 novembre 2006 che Stefano Liberato lotta per poter riabbracciare il proprio figlio Alexander scomparso e sottratto al nostro Paese e ai suoi familiari. Ma dalle indagini delle autorità rumene ancora nessuna traccia.

“Alexander è scomparso, non so più se è vivo o morto, aiutatemi a trovare mio figlio!” E’ questo il grido di Stefano Liberato che, in prossimità del nono compleanno del figlio Alexander, riecheggierà in questi giorni a Roma. Un appello ed una richiesta di aiuto che inizierà il 19 febbraio in Piazza Montecitorio (di fronte alla Camera dei Deputati) e continuerà venerdì 20 febbraio in Senato (piazza delle cinque lune) dalle ore 9.00 alle ore 14.00.

Protesta partita da Roma che nel giro di poco tempo coinvolgerà altrettante piazze italiane ed europee: ”L’obiettivo fondamentale della protesta è ritrovare Alexander” dichiara il suo papà. “Per far ciò bisogna coinvolgere tutte le forze politiche assieme al Presidente della Camera affinchè interagisca direttamente con il Ministero degli esteri” aggiunge Stefano Liberato.

continua link: www.adiantum.it/public/3620-stefano-liberato--manifesto-a-roma-per-mio-figlio-alexander.-si-intervenga-sulla-condotta-di-bucarest.asp

mercoledì 18 febbraio 2015

Un collegio del tribunale di Milano cancella, con un colpo di spugna, tutta la cultura antipaterna

avv. Gerardo Spira

Milano-14 gennaio 2015, Presidente dell'Arciprete, relatore Giuseppe Buffone decreta: il padre deve occuparsi della figlia, anche se in tenera età. La decisione finalmente punta il dito sulla legge dichiarata e voluta "uguale per tutti". Il Tribunale ha stabilito che "solo esercitando il ruolo genitoriale un genitore matura ed affina la propria competenza genitoriale". La decisione è senza dubbio rivoluzionaria perchè frantuma un periodo di acquisite decisioni contro la figura del padre, cultura di genere e residuata di studi razzisti. E' riaffermata la validità della legge n.54/2006 sull'affidamento condiviso e finalmente la Giustizia ha ristabilito il principio che entrambi i genitori devono prestare cure ed impegni nella prospettiva che vede entrambi attori del progetto di vita e del futuro del figlio.E' altresì sfaldata la teoria che nella prima tenera età il padre non avesse le caratteristiche genitoriali per partecipare al processo di crescita del figlio. Hanno, fino al 14 gennaio, tutti preso un colossale granchio: giurisperiti, operatori, studiosi a vario titolo e quanti si sono affannati nell'arena delle contese per sostenere l'una o l'altra tesi, a giustificazione delle esclusive qualità, soprattutto della donna, nell'età del minore da uno a tre o quattro anni. La decisione è ancora più crudele, per gli assertori di queste teorie, sostenute nell'ambito di coppie unite in matrimonio. Il caso di Milano, infatti, riguarda una coppia di fatto, per cui la decisione assume un valore ancora più pregiato. Nell'ambito del procedimento per l'affidamento e il mantenimento dei figli nati fuori da matrimonio il Tribunale di Milano col decreto del 14 gennaio stabilisce che " genitore non si nasce ma si diventa" Il principio è semplice e non ha bisogno di astruse o contorte teorie. Il falegname, il meccanico, l'avvocato, il magistrato imparano il mestiere o la professione esercitandola. Vi è poi chi lo fa con diligenza e con impegno e chi invece con negligenza, imperizia o imprudenza. Il ruolo di genitore ha qualcosa più del mestiere, l'impegno e le cure di un figlio che è parte di se stesso e il prolungamento della propria vita. Escludere un genitore dalla vita di crescita di un figlio, vuol dire impedirgli di assumere la responsabilità disposta dalla legge e additarlo alla società come un soggetto pregiudicato negli affetti e nei rapporti. La decisione del Tribunale di Milano ricompone elementi ed aspetti fondamentali per la crescita dell'uomo: il valore dei diritti all'uguaglianza nella condizione genitoriale i tempi di permanenza con entrambi i genitori e quelli di frequentazione. Impedendo ad un genitore di svolgere il ruolo assegnato dalla legge, questi non apprenderà mai lo stato adeguato alle sue competenze, con la conseguenza di pregiudicare i futuri rapporti col figlio e causare conseguenze irreparabili nella sua vita futura. In punto di diritto il Tribunale di Milano ha infatti riconosciuto ed imposto il principio "Il fatto che, al cospetto di una bimba di due anni, un padre non sarebbe in grado di occuparsene, è una conclusione fondata su un pregiudizio che confina alla diversità (e alla mancanza di uguaglianza) il rapporto che sussiste tra genitori". Il decreto del tribunale di Milano, valorizzando la riforma sulla filiazione, ha scardinato tutte le consolidate interpretazioni fondate su principi di disuguaglianza, di evidente parzialità e di assenza del contraddittorio nel cosiddetto processo della volontaria giurisdizione. Il tribunale di Milano risolve anche la dibattuta questione relativa all'applicazione analogica dell'art.336,3 comma c.p.c., che consente al giudice di provvedere, d'ufficio, in via di urgenza nell'interesse del minore. Le garanzie dei provvedimenti provvisori trovano fondamento nella Carta costituzionale (art 24 secondo comma) e nella sentenza della Corte di giustizia europea del 19 giugno 1990. Secondo il Tribunale di Milano dunque i provvedimenti provvisori costituiscono la fonte insopprimibile per assicurare una vita tutelata e dignitosa dei bisogni e degli interessi del minore. Aperto il solco, è necessario che la cultura del diritto di famiglia si dispieghi verso il mondo aperto dei diritti e dei sentimenti del minore, senza privarlo di nessuno dei genitori e soprattutto del padre, punto di riferimento nella società di relazioni. Telemaco dopo oltre due millenni ancora va alla ricerca del padre, per ristabilire l'autorità nel domicilio violato e riaffermare la sua dignità di figlio. 

TRIBUNALE DI MILANO
SEZIONE IX CIVILE
DECRETO 14 GENNAIO 2015
(PRES. DELL'ARCIPRETE, REL. BUFFONE)
link (vai infondo alla pagina): http://www.altalex.com/index.php?idnot=70256


venerdì 23 gennaio 2015

Europa condanna Italia: diritto dei nonni a vedere i nipoti. Noi paghiamo, i giudici no


Europa condanna Italia: diritto dei nonni a vedere i nipoti. Noi paghiamo, i giudici no









La solita storia all'italiana: una separazione, si discrimina uno dei due genitori (il padre), l'altro genitore (ovviamente il "collocatario") lancia false accuse di abuso, "il genitore che non partorisce" non vede più i figli - ma, si sa, sono le "cautele" derivanti dalla verifica delle accuse - e i nonni di quello fanno la stessa fine. In più, i figli "si abituano" (con la violenza) a non avere le cure di entrambi i genitori, ed il risultato sperato da chi ha ordito la trama (criminale) viene raggiunto. A cose fatte, dopo qualche grado di giudizio e diversi anni, arrivano la condanna dell'Europa ed il risarcimento di qualche spicciolo, che in realtà non risarcisce un dolore che le vittime (figli, genitore e nonni) si porteranno dietro per tutta la vita. 

A monte di tutto, gli italiani pagheranno questo risarcimento e i giudici imperiti e svogliati rimarranno impuniti.


segue: http://www.adiantum.it/public/3611-europa-condanna-italia--diritto-dei-nonni-a-vedere-i-nipoti.-noi-paghiamo,-i-giudici-no.asp

venerdì 9 gennaio 2015

Sotto quale CUPOLA?



Ricatti e trappole insidiano l'affare dei minori a Roma



Re Giorgio, il nostro Presidente della Repubblica, ha ragione quando lamenta che la magistratura si deve spogliare dall'ansia di fare“protagonismo”. E' la sete qualunquistica che trascina l'uomo nel vortice di questa epoca, senza ritegno e senza rispetto del cittadino il quale pretende invece giudici coraggiosi ed una GIUSTIZIA giusta.

L'ansia fa dimenticare funzione e doveri e porta il magistrato a sbagliare e ad accanirsi nell'errore anche contro la stessa giustizia, pur di non ammetterlo.

La confusione giudiziaria finisce per diventare una feroce spada per il malcapitato che distrutto nei sentimenti, diviene una vittima di se stesso in questa società ammantata di falsi principi ed ipocriti corollari. La beffa comunque produce danno e il danno finisce nel solito posto dell'ortolano.

Riporto per sintesi una vicenda vera accaduta e ancora in corso che per la confusione del solito protagonismo ha portato il caso in un tunnel da cui magistrati e istituzioni territoriali non sanno come uscire e pur di non ammettere di aver sbagliato, persistono nell'errore, sapendo di provocare la morte sentimentale e psicologica di un bambino, da quasi due anni in attesa di ricomporsi col padre..

Un collegio del tribunale per i minorenni di Roma, nel settembre 2011, chiamato a decidere sulla richiesta di parte femminile per l'affidamento esclusivo del figlio e la decadenza della potestà genitoriale del padre, dopo dieci mesi di indagini, istruttoria e approfondimenti, in data 16 luglio 2012 respinge il ricorso e dichiara che sono insussistenti i presupposti su cui poggia la domanda. In buona sostanza il collegio accerta anche che le denunce inserite per rafforzare la richiesta sono risultate false.

La signora, non soddisfatta, bene “ ammanicata “ nelle istituzioni socio-sanitarie trova l'amica di collegamento, che con una relazione di favore le sostiene la pretesa.

La Corte di appello della Giustizia minorile romana, mentre padre e figlio si ritrovano felici a fine estate, riprendendo il rapporto come prima, dopo una udienza durata il tempo disbrigato di qualche ora, senza alcuna istruttoria integrativa, in data 15 gennaio 2013 accoglie le lagnanze della donna, già esaminate e rigettate dal primo giudice e decide, intuitu personae, con un decreto depositato il 4 marzo, di affidare il bambino esclusivamente alla madre e di rimettere alla gogna del fantomatico percorso protetto padre e figlio, per esaminare la capacità genitoriale di lui.

Con un provvedimento, privo di riferimento normativo o di scienza giuridica, il Giudice di Appello affida ai Servizi del Municipio 2 del Comune di Roma l'incarico di accertare, attraverso un programma, non esplicitato, che quel genitore sa fare il padre. E' come se attraverso atti e documenti generici si volesse provare che quel giudice ha la capacità togata di sapere fare il magistrato o che quel giudice che dispone in materia minorile sa fare la madre e questa condizione le consente di verificare la capacità genitoriale del coniuge.

Chi lo deve accertare poi sono alcuni assistenti, figli di famiglia, in cerca di occupazione e al servizio di una cooperativa del “giro”.!? Una assurdità che purtroppo fa giustizia incontestabile!

I Servizi sociali non sanno eseguire il provvedimento e tra una diffida e l'altra decidono di affidarlo ad una Cooperativa amica, la quale con metodi e sistemi non codificati e non legittimati, mette padre e figlio a giocare in un appartamento privato alla presenza di un assistente esterno di cui non si conoscono né qualificazioni professionali e né provenienza di “casta”.

Dopo circa 12 incontri dal 6 maggio al 27 giugno 2013 il minore che ha un rapporto molto confidenziale, si infastidisce e rifiuta apertamente quel percorso, ripetendo all'assistente di turno che lui e il padre sono sempre stati bene insieme all'aperto e liberi.

Il padre, a questo punto dopo avere contestato tutto il procedimento, intuisce che il percorso può arrecare pregiudizi al figlio, affetto da malattia rara, lo interrompe e chiede il rilascio di un certificato di garanzia di idoneità di quanto disposto.

Intanto il 7 luglio 2013 viene pubblicato il decreto della Corte di appello. emesso il 4 marzo, dopo che nella stessa data il legale del genitore, sulla scorta dei verbali di incontri già avvenuti, aveva presentato istanza al Tribunale per la revoca del provvedimento della Corte di Appello. Coincidenza ?

La cooperativa insiste per fare gli incontri, senza un programma e neppure un calendario, i servizi socio-sanitari si rifiutano di rilasciare il certificato di idoneità del percorso e il Giudice della Corte di Appello non risponde alle richieste.

Passa l'estate 2013 e passano anche le festività di Natale. Padre e figlio si sentono per telefono, senza vedersi e neppure la magistratura assume iniziative. Infatti il Decreto della Corte di appello dispone che i due devono fare un percorso protetto, ma non dispone che non possono vedersi.

Non è accaduto, ma se i due si fossero incontrati per strada ed il bambino fosse accorso tra le braccia del padre, che cosa sarebbe accaduto? Chi lo avrebbe vietato? la madre? E se il minore non avesse prestato ascolto al divieto?

L'8 novembre 2013, il Collegio sempre di genere, dopo un ragionamento “al femminile “, senza richiamare i verbali allegati degli incontri avvenuti e senza alcun supporto giurisprudenziale, dichiara che le eccezioni sollevate dal padre sono di merito e non attengono al provvedimento emesso per cui respinge l'istanza e lo rimanda al provvedimento della Corte di Appello.

In buona sostanza il collegio del tribunale dice: non mi interessa quello che tu hai rilevato, devi rifare ciò che ha stabilito la Corte di appello, anche se è sbagliato o non è possibile fare.

La disposizione infatti non può essere eseguita perché il Comune non ha una struttura pubblica, l'incarico è stato affidato ad una cooperativa e il minore non ha voluto continuare con quegli incontri.

Ma non è finita! A gennaio del 2014 la signora , affidataria esclusiva, senza alcun assenso dell'ex marito si trasferisce a Milano col figlio.

Il padre informa tutti i soggetti intervenuti nel caso: Tribunale, P.M, Giudice della corte di Appello e Servizi territoriali. Nessuno risponde!

A febbraio 2014, il legale del genitore padre presenta istanza al Tribunale con la nuova legge ( L.219/12-D.Lgs. 154/2013), per fare ascoltare il minore il quale ha ormai dieci anni. Passa tutto l'anno 2014, in assoluto silenzio, mentre padre e figlio si sentono continuamente per telefono in attesa che la situazione si sblocchi.

In data 12 dicembre 2014, il genitore interessato, recatosi in Tribunale per depositare altra istanza di sollecito con una memoria, viene a sapere, per caso, che il 17 ottobre 2014, lo stesso Collegio del Tribunale dell'8 novembre 2013 ha, senza comunicarlo alla parte, emesso un altro provvedimento su iniziativa del P.M attivata il 26 marzo 2014.

Il collegio, dopo sette mesi, ha respinto l'istanza del P.M con una motivazione che offende qualsiasi intelligenza abituata a ragionare sulla sequenza logica dei fatti.

Gli stessi giudici dell'8 novembre 2013, questa volta, non richiamano più il decreto della Corte di Appello, ma sostengono che la situazione è ancora conflittuale.

La decisione porta ad una sola conclusione: La giustizia non vuole o non può risolvere il caso!

Il P.M ha assunto l'iniziativa per sollevarsi dalla responsabilità funzionale mentre il collegio, sempre lo stesso (!?) ha deciso con due provvedimenti che fanno acqua da tutte le parti.

Infatti tutti, magistrati e servizi interessati sanno che da oltre 3 anni la coppia vive in pace perché lei (l'unica parte conflittuale) si è rifatta una vita con un altro compagno dal quale ha avuto un altro bambino e vive a Milano da un anno.

P.M e Tribunale per i minorenni di Roma sapevano e non hanno voluto assumere iniziative perché lei, la madre del minore,illecitamente si è trasferita senza consenso dell'ex marito, sottraendo dolosamente il minore alla disposizione del provvedimento della Corte di appello e soprattutto alle cure filiali del padre come prescrive la legge.

Una magistratura attenta avrebbe deciso per altri risvolti. Il caso invece deve restare così come intrappolato! Così è deciso senza motivi!

Lo stesso collegio del Tribunale, non ricusato da chi aveva l'obbligo di farlo, col decreto dell' 8 novembre 2013 ha respinto l'istanza perché il genitore doveva attenersi al provvedimento della Corte di Appello, mentre col secondo del 17 ottobre 2014 (dopo un anno), tenuto gelosamente nascosto, ha respinto la richiesta del P.M per presunta conflittualità.

Dunque è confusione giudiziaria o vi é altro celato motivo che impedisce padre e figlio di vedersi e di frequentarsi?Sotto quale “CUPOLA” opera chi ha complottato la trappola di questo vergognoso comportamento? A quale prezzo? Chi c'è dietro la Cooperativa che ha preteso di continuare incontri fasulli e inutili, senza programmi, a tempo indeterminato al solo scopo di sottrarre ingenti somme dalle finanze del Comune?

Re Giorgio si lamenta del protagonismo della magistratura quando questo è assunto per fare carriera, ma non si lamenta quando il protagonismo istituzionale affonda le radici in ben altre motivazioni.

Nessun tribunale può decidere nella sfera affettiva del minore e nessun giudice ha il metro giusto e valido per valutare la capacità genitoriale.

Case protette ed incontri forzati sono solo occasione per aprire lucrosi contenziosi.

Sorge spontaneo l'interrogativo: ma questa giustizia si comporta allo stesso modo con casi di genitori separati che riguardano magistrati?

Agli archivi l'ardua sentenza!!!

Altre considerazioni, pur di logica giuridica, sono sottratte alla libera e pubblica discussione per evitare rigurgiti di risentimenti e spropositi di vendetta.

avv. Gerardo Spira

link: http://www.genitoriseparati.it/a/index.php?option=com_content&view=article&id=315:sotto-quale-cupola&catid=49:comuicati-stampa&Itemid=93

martedì 11 novembre 2014

La Giustizia minorile non ha alcun rispetto dei diritti e della dignità della persona del minore!

Avv. Gerardo Spira


I genitori si separano, discutono e litigano per un euro di mantenimento in più al mese, per qualche ora in più di frequenza col figlio, mentre la Giustizia partecipa alla contesa parteggiando ora per l'uno, ora per l'altro. Nessuno giudice ha pensato di imporre ad entrambi di svolgere il proprio ruolo assegnato dalla legge.

Di fronte ad una mancanza la giustizia decide di limitare i poteri al genitore o di togliergli il figlio, invece di incollarlo con la forza ad entrambi.

Con la crisi del matrimonio sono messi in discussione diritti, sentimenti e futuro di persone vittime di puntigli, strumentalizzazioni e accanimenti giudiziari.

La volontà del legislatore è affidata alla responsabilità di Istituzioni gestite e rappresentate da soggetti che, divenuti intoccabili ed inamovibili, hanno costruito un potere più cancerogeno di quello criminale.

Nel mondo minorile, per il diffuso "meticciato giudiziario-istituzionale", il diritto assume toni, configurazioni e connotazioni propri di una cultura intrisa di ricatti, di vendette e di violenti stupri psicologici.

La giustizia minorile è finita per essere sottomessa agli umori personali e famigliari di soggetti che trattano i sentimenti, il dolore e i desideri di un bambino con il metodo di una pratica burocratica.

Il principio di snellimento e accelerazione delle procedure, tanto sostenuto dal legislatore, è usato su moduli o modelli prestampati, raffazzonati con domande che non riguardano il minore, la sua vita e i suoi interessi, ma il costo di una concessione o autorizzazione di tempi di vita e di relazioni.

I tribunali per i minorenni, vanno soppressi e subito perché non sono garanti della giustizia certa ed imparziale e non riscuotono la fiducia del cittadino.

Bene la riforma in corso! speriamo che l'avvocatura, individuata al posto della magistratura, sappia cogliere il momento per partire col piede giusto e con una visione diversa, ponendo al centro delle composizioni il minore e i suoi diritti come riconosciuti e sanciti dalle Carte internazionali, ma soprattutto sappia tenere Giudici e Servizi socio-sanitari lontani dalle questioni minorili.

La storia del caso, che seguo, come si è svolto tra Tribunale per i minorenni e Corte di appello di Roma non è solo un esempio di mala giustizia ma l'esempio classico di come la magistratura e i Servizi socio sanitari nella Capitale d'Italia si siano accaniti, con perfidia inaudita contro un padre, riconosciuto dalla stessa moglie attento e corretto, per togliergli il figlio, contro la volontà chiaramente espressa dal minore, senza alcun rispetto dei suoi diritti e della sua dignità, pur in presenza di una malattia rara.



Nel novembre del 2011, dopo una serie di false denunce strategicamente attivate, la moglie del mio assistito, presenta ricorso al Tribunale per i minorenni di Roma, per ottenere l'affidamento esclusivo del bambino e togliere al padre la potestà genitoriale. I presunti motivi vanno dal mancato mantenimento alla manipolazione del bambino

Il minore, per l'accordo omologato dal tribunale, viveva con la madre, ove era stato “collocato”.

Il Tribunale, sul ricorso della madre, sospende cautelativamente la potestà del genitore e dispone un percorso protetto padre-figlio, incaricando i Servizi del Comune di Roma per l'esecuzione.

Il mio assistito, pazientemente si sottopone alla decisione certo del rapporto col figlio. Il servizio, per la mancanza di strutture a Roma, viene affidato, non si sa da chi, senza l'assistenza pubblica, ad una cooperativa?!

Dopo due incontri, per la particolare situazione di salute del bambino, il padre segnala che a suo avviso, come ha potuto constatare, il figlio non tollera quella specie di incontri ed informa che lo stesso ha manifestato il desiderio di volere stare con lui e col fratello fuori da quei luoghi.

Dopo una accurata istruttoria il Tribunale, contro la relazione di una psicoterapeuta dell'ASL Roma/a e contro il parere del P.M, emette decreto il 16 luglio 2012 col quale rigetta il ricorso, dichiarando completamente insussistenti i presupposti fondanti la richiesta.

In uno Stato di diritto, decretate le accertate falsità, correva l'obbligo di aprire procedimento penale contro tutti coloro che avevano rese dichiarazioni false e si erano resi responsabili del tentativo di trarre in inganno la Giustizia . Qualcuno aveva ordito il complotto. Sarebbe finita qui la questione !

Padre e figlio riprendono rapporti, come prima, secondo gli accordi della separazione, tra gli incidenti di percorso frapposti dalla madre e sostenuti da una cultura di difesa impregnata di odio verso il maschio.

Lei promuove reclamo alla Corte di appello, riproponendo la stessa richiesta, col sistema tecnologico del copia ed incolla.

All'udienza del 15 gennaio 2013, vengono, velocemente, sentite le parti e il P.M che questa volta si esprime per il rigetto del reclamo.

Il 4 marzo 2013, dopo che il genitore aveva accompagnato il figlio a scuola, in costante e normale ripresa delle frequentazioni, viene a conoscenza che la Corte di Appello aveva stravolto la decisione del Tribunale emessa dopo dieci mesi di istruttoria, decidendo per l'affidamento esclusivo alla madre e per la ripetizione del percorso protetto, come richiesto dalla solita funzionaria ASL

Il collegio della Corte di appello, senza alcuna altra istruttoria integrativa e giustificativa, sulla base delle stesse richieste di parte, già esaminate e rigettate dal Tribunale ribalta la decisione del primo giudice e dispone per un provvedimento sconclusionato, confuso, contraddittorio e intriso di risentimenti vendicativi.

Il Giudice della Corte di appello stende la relazione nel periodo in cui padre e figlio, ignari di quanto si decideva sulla loro pelle, si incontrano senza alcun ostacolo, si vedono, vivono i fine settimana come prima, trascorrono un residuo di vacanza estiva e quelle natalizie a casa della famiglia paterna al mare.

Mai in questo periodo la madre ha creato problemi all'ex marito, mostrandosi stranamente serena e generosa. Probabilmente nascondeva il segreto sul piano che aveva ordito e concordato che non era riuscito davanti al Tribunale.

Infatti il Giudice della Corte di Appello, mentre decide, non si accorge che il minore vive felicemente il rapporto col padre e non si pone la domanda :” dove sta il bambino, con chi vive e come vive”. Quel Giudice non dispone, nel dubbio, nemmeno una sommaria indagine, per accertare come stava la situazione.

Quel Giudice, attraverso la lettura del reclamo, che un suo più attento collega aveva respinto, sulla base del “ sentito”, inopinatamente decide di togliere il figlio al padre e dispone di ripetere il percorso protetto, senza acquisirne il certificato abilitativo.

Quel Giudice, nella sua qualità di peritus peritorum, si è assunta la responsabilità della decisione, provocando, per gravissima negligenza, come è accaduto, una pericolosa condizione che nessun altro giudice ora intende sciogliere.

Il provvedimento viene notificato ai Servizi sociali del Municipio 2 del comune di Roma, con la disposizione di programmare ed organizzare gli incontri in collaborazione con l'apposito servizio dell'ASL.

Rientra in gioco la dirigente del servizio ASL Roma/a, amica della madre del minore e ricusata per avere reso una relazione, senza alcuna garanzia legale, al solo fine di coprire gravissimi fatti riferiti dal bambino.

Il mio assistito, in seguito alle pressioni telefoniche del figlio e dopo apposite diffide riesce ad ottenere l'incontro, per la programmazione del percorso, in cui mi costituisco come legale.

Nell'incontro del 5 maggio 2013 il padre del minore, chiede di avviare il procedimento e di stabilire il protocollo per il programma e le modalità di organizzazione del percorso. Le responsabili del Comune dichiarano che gli incontri si faranno secondo un calendario da concordare, senza alcun programma, in una struttura privata gestita dalla stessa cooperativa di servizio, del primo percorso. Il mio assistito insiste che venga fissato il programma con tempi, modalità ed obiettivi. Le responsabili si rifiutano e avvertono che loro si sentono e informano il magistrato, ma che non sono tenute a verbalizzare alcunché di quanto avviene.

Il padre del minore, costretto dalle circostanze, concorda la serie di incontri dal 6 maggio 2013 fino al 27 giugno, riservando a questa data di fare il punto della situazione.

Il bambino si presenta felice agli incontri saltando addosso al padre, appena lo vede e giocando con lui come normalmente faceva. Durante l'ora stabilita manifesta le sue idee e chiede al padre di non volerlo incontrare in quel luogo, ma che vuole stare con lui e il fratello come prima, libero di giocare all'aperto e sulla spiaggia.

Appena scocca l'ora, il bambino si nasconde dietro al padre, pregando l'educatore di turno di negarlo alla madre.

L'evento si ripete ad ogni incontro fino a quando dopo qualche settimana il bambino piangendo chiede al padre di riferire al giudice che non vuole fare quegli incontri, ma che vuole stare con lui e il fratellino come prima. Il padre lo tranquillizza e rassicura che gli incontri non li farà più e che la sua volontà sarà rispettata e comunicata al Giudice. .

All'incontro del 27 giugno con tutte le parti presenti dei Servizi sociali il padre del minore riferisce della volontà del figlio, dichiara di interrompere gli incontri e invita Servizi e Magistratura a rilasciargli un certificato da cui risulti che quel percorso non è di pregiudizio al figlio.

A tal proposito, poiché ciò era accaduto anche nella fase davanti al Tribunale chiede di sapere se il Collegio della Corte di Appello si fosse munito del predetto certificato prima di disporre lo stesso percorso, interrotto dal primo giudice.

Dal 27 giugno 2013 nessuno risponde e da quella data il padre non vede il figlio, lo sente quasi quotidianamente e non sa più cosa rispondere alle tante sue richieste.

Il 3 di febbraio 2014 è stata presentata al Presidente del Tribunale dei minorenni di Roma apposita istanza per l'ascolto del minore, completa di tutto ciò che è accaduto, dei chiarissimi resoconti degli incontri verbalizzati dagli educatori di turno.

Il Presidente del Tribunale per i minorenni di Roma tiene ferma una richiesta espressa e non si sa per quanto tempo ancora,impegnando un Servizio pubblico come una cosa privata. La giustizia è un valore assoluto di cui ogni magistrato deve rendere pubblico conto, giustificando tempi e termini.

Il 7 di gennaio di quest'anno la madre del bambino senza il consenso del padre, si è trasferita a Milano, sottraendolo ad una disposizione rimasta sospesa a Roma.

Non è dovere funzionale del P.M e del T.M attivare iniziative per accertare se sono stati commessi reati col concorso di chi aveva il caso in carico ?

Carenze, abusi, omissioni e gravi inadempienze hanno consentito di sottrarre illecitamente il bambino al padre, impedendogli dolosamente di attendere alle cure filiali.

Ma c'è di più. Il provvedimento della Corte di Appello, emesso in modo vago e generico è stato inviato ai Servizi del Comune per l'applicazione, senza richiami normativi, senza la specificazione del tipo di protocollo, delle modalità, tempi e obiettivi e senza l'indicazione dell'Autorità incaricata del controllo e del referto finale.

Per gli studiosi di statistiche evidenziamo.

Il collegio del Tribunale per i minorenni che ha emesso il provvedimento del 12 luglio 2012 era presieduto da un giudice di genere maschile, il il P.M contrario di genere femminile.

Il collegio della Corte di Appello del provvedimento del 4 marzo 2013 era presieduto da un Giudice di genere femminile, il P.M, favorevole al rigetto del reclamo, di genere maschile.

Tutti i responsabili dell'ASL e dei Servizi del Comune erano e sono di genere femminile. Il Presidente del Tribunale dei minorenni di Roma davanti a cui pende da 10 mesi l'istanza per l'ascolto del minore, è di genere femminile.

La responsabilità è un principio che non si può insegnare, essa fa parte della cultura dell'uomo che si manifesta con tanta più forza quanto più è distaccata dagli umori e dalle sensazioni personali.

Chi pagherà ? Nessuno, solo ed esclusivamente : il minore.

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venerdì 7 novembre 2014

I Minori Invisibili nella tutela delle istituzioni


Il convegno “I minori invisibili nella tutela delle istituzioni”, tenuto a Perugia sabato 25 ottobre, ha evidenziato la strada che le istituzioni - leggasi Tribunali e Servizi sociali – ancora debbano percorrere per adeguarsi nei fatti ai dettami dellaDichiarazione dei Diritti del Fanciullo, da tutti invocata e quasi sempre disattesa, di cui il 20 novembre ricorre il 55° anniversario della sua approvazione.
I minori restano “invisibili” perché le istituzioni e la società in genere non vogliono metterli al centro delle loro scelte. Le logiche degli adulti prevalgono sempre su quelle dei minori, inascoltati e mai considerati come persone con gli stessi diritti di tutti, cioè essere liberi e rispettati nelle loro esigenze ed aspirazioni.

L’assessore alle politiche sociali, alla Famiglia e alle Pari Opportunità, Edi Cecchi, nel portare il saluto del Comune di Perugia - che aveva dato il proprio patrocinio al convegno - ha subito sottolineato la necessità di dare la stessa attenzione sia alle madri separate che ai padri, rivendendo l’operatività delle Pari Opportunità che troppo spesso si identificano con le pari opportunità di genere, trascurando le reali difficoltà degli uomini separati. La politica della nuova giunta comunale metterà in campo una serie di iniziative per affrontare le problematiche legate alla separazione e cercherà di creare un collegamento con le associazioni che operano nel territorio e che ben conoscono il vissuto dei separati.

Il Presidente dell’Ags, prof. Valentini ha invitato i Tribunali e le istituzioni sociali ad andare oltre la retorica al fine di dare risposte concrete, elementari talvolta, alle problematiche che coinvolgono i figli dei separati.



Lo psicologo-psicoterapeuta dott. Ezio Ciancibello si è soffermato sul funzionamento dei Tribunali e dei Servizi sociali sottolineando la bigenitorialità che non c’è. Ha messo in evidenza, partendo da esempi concreti, la difficoltà a gestire l’aggressività e distruttività tipica della maggior parte delle separazioni con una ricaduta devastante sui genitori e sui loro rapporti con i figli perché sovente è alimentata anche da pregiudizi delle istituzioni che considerano la madre più idonea del padre a gestire i figli. Da qui la necessità che i giudici abbiano maggior capacità valutative delle singole situazioni familiari, che prendano decisioni chiare ed eque senza delegare i servizi sociali che quasi sempre peccano di scarsa trasparenza. Si è soffermato, in specifico, sul fenomeno dei “figli adultizzati”, sull’affido condiviso alternato e sull’alienazione genitoriale, assai diffusa e quasi mai riconosciuta da chi dovrebbe tutelare i minori nelle separazioni conflittuali.



L’avv. Fabio Antonioli ha analizzato l’applicazione dell’affido condiviso nei Tribunali, oggi sottolineando come siano andate deluse le aspettative dell’affido condiviso poiché non viene garantito il principio del diritto del figlio minore a mantenere un rapporto equilibrato e continuativo con ciascuno genitore, di ricevere cura, educazione ed istruzione da entrambi con gestione paritetica della potestà genitoriale.

Il relatore ha sottolineato la necessità di specifica professionalità da parte del variegato mondo dei servizi sociali che tratta i minori ed ha chiesto che il loro operato sia continuamente monitorato da esperti terzi e che i tribunali, al fine di prevenire disparità di trattamento da caso a caso e da genitore a genitore, operino in base ad un Protocollo d’intesa che coinvolga tribunale, enti che gestiscono i servizi sociali, legali e genitori, condiviso anche dalle associazioni che operano da anni in questo spaccato della società italiana. Nel suo intervento ha ribadito come la legge sul condiviso venga disattesa con molta facilità o venga interpretata solo in funzione della madre.

Il tema de Il protocollo d’intesa a tutela dei minori nelle separazioni è stato magistralmente trattato dall’avv. Gerardo Spira che da anni lotta affinché i tribunali e le regioni, essendo le regioni responsabili dei servizi sociali, si dotino di un protocollo che assicuri trasparenza a tutti i livelli e costituisca una garanzia per ambedue i genitori separati e per i loro figli. Tale protocollo – ha sottolineato il relatore – si rende indispensabile a livello nazionale – pena il caos - visto che saranno delegati i legali e gli ufficiali comunali a trattare le separazioni e i divorzi anche con figli.

Il dott. Maurizio Quilici, giornalista, saggista e presidente dell’ISP (Istituto Studi sulla Paternità) ha presieduto i lavori del convegno ed ha analizzato il tema del La paternità certa: un diritto per tutti. Partendo da alcune considerazioni sul potere paterno nei secoli, si è soffermato sul ruolo del padre nella società attuale, spesso emarginato dai figli con la separazione, dove la sua responsabilità genitoriale ha sì una valenza etica, ma spesso viene vanificata da logiche di opportunità sociale. Il diritto ad esercitare la propria paternità è un diritto inalienabile come resta inalienabile il diritto ad avere la certezza della paternità biologica, ora resa impossibile dopo i cinque anni di età del minore. Il relatore conosce bene le problematiche del “padre ombra” poiché da oltre venticinque anni segue il ruolo del padre nelle separazioni ed ha pubblicato un monumentale volume sulla storia della paternità dall’antichità ad oggi.

Gli atti del convegno, arricchiti con altri contributi, verranno pubblicati nei prossimi mesi.

Link: http://www.genitoriseparati.it/a/index.php?option=com_content&view=article&id=310:convegno&catid=40:eventi&Itemid=72

giovedì 23 ottobre 2014

Protocollo d’intesa tra Ministero della Giustizia Autorità garante per l'infanzia e l’adolescenza e Bambini senza sbarre ONLUS

Le battaglie non sono mai inutili; questo protocollo del marzo 2014 ne è la prova. Altri passi avanti all'orizzonte.  

klikka: www.ristretti.it/commenti/2014/marzo/pdf8/figli_detenuti.pdf

giovedì 11 settembre 2014

Il giudice non vigila mai sugli effetti delle sue decisioni

Sono stato in quegli uffici di Roma che ancora qualcuno chiama del giudice tutelare. Quando vi accedi, hai subito la sensazione di trovarti in un luogo di mercato.

L´organizzazione appartiene al caso e chi viene da fuori (e si aspetta una struttura perfettamente organizzata) entra presto in stato confusionale. A me è capitato, come legale, di accedere nella stanza n. 22 lo scorso 11 febbraio. Tutto il collegio giudicante era di genere femminile, e la mia controparte ha potuto parlare ed esporre liberamente.

A noi, invece, il PM ha impedito qualunque esposizione, e di fronte alle mie rimostranze ha pure minacciato di chiamare i carabinieri, senza indicarne i motivi.

Di fatto la difesa non è stata svolta.

Quel magistrato, oltre all´abuso di funzioni, ha violato un dovere fondamentale di validità del giudizio. Manzini definiva il P.M l´occhio della legge, di tutela di tutti. In questo caso quel magistrato, per noi, ha chiuso l´occhio.

Si comporta sempre così? Non lo so, ma la Cancelliera si è rifiutata di darne l'identità, invitandoci a fare una istanza indicando i motivi.

E´ la fine dello Stato di Diritto !

Eppure quel magistrato era seduto in udienza pubblica, con funzioni pubbliche...Ogni commento è fuori luogo e fuori tempo.

ADIANTUM e Fabio Nestola si pongono l´interrogativo se a Roma il giudice tutelare conosce il diritto di famiglia. Ebbene, con provocatoria chiarezza rispondo: non lo conosce.

Al giudice tutelare non interessa che fine fa una famiglia, dopo la sua decisione non vigila sugli effetti. Ricade sempre sul cittadino l´obbligo di vigilare e di segnalare.

Quale utilità ha per il cittadino questa Giustizia ?

Il giudice tutelare ha già la decisione in "tasca", e a noi non resta, purtroppo, che subire minacce che sortiscono effetti ancor più pericolosi di quelli odiati di certe associazioni, perché fatte in nome della legge e del popolo italiano.

In ciò si misurerà il valore della riforma della Giustizia.



LETTERA FIRMATA


Fonte: Redazione

link: www.adiantum.it/public/3575-il-giudice-non-vigila-mai-sugli-effetti-delle-sue-decisioni.asp

mercoledì 10 settembre 2014

Al tribunale di Roma il giudice tutelare non conosce bene il Diritto di Famiglia...

Ci troviamo ancora una volta a commentare provvedimenti surreali. Non avendo gli strumenti per modificare atti che gridano vendetta, rivendichiamo almeno il diritto di rendere note le bestialità.

Tribunale di Roma: stavolta analizziamo il provvedimento di un giudice tutelare, dopo aver dato spazio alle perle di giudici ordinari e minorili. Provando a sintetizzare una vicenda estremamente complessa, diremo solo che una coppia prova per circa due anni ad avere un figlio che non arriva, poi al momento della tanto attesa gravidanza la signora scarica il compagno. Ciao, ora non mi servi più.

continua: www.adiantum.it/public/3569-al-tribunale-di-roma-il-giudice-tutelare-non-conosce-bene-il-diritto-di-famiglia....asp

giovedì 4 settembre 2014

Dalle associazioni un manuale contro gli allontanamenti facili dei figli da parte del Sistema

Il documento redatto dal CCDU (Comitato dei Cittadini per i Diritti Umani), frutto della competenza maturata in anni di attivismo associativo, rischia di passare inosservato nell'attuale periodo di crisi economica. La spasmodica ricerca di lavoro - per molti, anche di un secondo lavoro che consenta di arrivare alla fine del mese - e il periodo tradizionalmente dedicato alle ferie potrebbero non dare al "Vademecum per le famiglie, ovvero come difendere i propri bambini da affidi causati da errori della giustizia minorile" la giusta diffusione.

continua: www.adiantum.it/public/3570-dalle-associazioni-un-manuale-contro-gli-allontanamenti-facili-dei-figli-da-parte-del-sistema.asp

lunedì 1 settembre 2014

Il reato di "Impedimento doloso alla cura filiale". Il codice non lo prevede, ma molti lo commettono

I contenuti di questo studio sono il frutto delle sinergie e tra il mondo associativo e il mondo delle professioni. In particolare, questo lavoro nasce dalla collaborazione di ADIANTUM – Associazione Di Associazioni Nazionali per la Tutela del Minore -, CESTUT – Centro Studi per la Tutela della famiglia genitoriale -, ANFI – Associazione Nazionale Familiaristi Italiani - PSICHE, IUS ET LABOR – Associazione di Psicologia Giuridica e del Lavoro -, Associazione OPERA di GIUSTIZIA e PERSONA E DANNO.

L’obiettivo di questa relazione è quello di “codificare” le caratteristiche tipiche di una fattispecie di reato, ampiamente diffusa in Italia, ma non ancora disciplinata nel nostro ordinamento.

La legislazione attuale si è dimostrata particolarmente sensibile nella previsione e repressione di alcune tipologie di reati particolarmente odiosi. Ad esempio, nella sezione di cui al titolo XII del codice penale (Delitti contro la persona) trovano disciplina reati specifici riguardanti la prostituzione minorile, la pedopornografia, e le iniziative turistiche volte allo sfruttamento della prostituzione minorile (art. 600 bis, ter, quinquies).

continua: www.adiantum.it/public/752-il-reato-di-impedimento-doloso-alla-cura-filiale.-il-codice-non-lo-prevede,-ma-molti-lo-commettono.asp

domenica 6 luglio 2014

Bambino di Cittadella: chiesti due anni per la madre. Riconosciuto il maltrattamento psicologico



La vicenda del bambino di Cittadella (infinita come tutte quelle che hanno la sfortuna di essere disciplinate da un tribunale italiano) è lo specchio dell'Italia che non funziona, che critica e sbraita incantata da un giornale di bottega o dallo sguardo accattivante e serioso di una conduttrice televisiva regolarmente schierata.

I due anni di condanna chiesti dal PM per la madre del bimbo trascinato a forza (e poi salvato, e ripreso, e quindi nuovamente salvato), più un anno per i nonni materni, testimoniano che la denuncia per maltrattamenti psicologici del padre non era poi così campata in aria.

Di più, questa richiesta, se sarà seguita da una condanna, potrebbe costituire un involontario deterrente per quei genitori che decidono di alienare a un figlio l'affetto dell'altro genitore. I riscontri, del resto, sono risultati evidenti: le violenze morali e psicologiche trovavano puntuale riscontro nei comportamenti del figlio, che arrivava a sputare all'indirizzo del papà sull'onda di un condizionamento che è una forma di vero maltrattamento. 

Il padre si era costituito parte civile, ma, come spesso accade, terminata la conflittualità i rapporti con la ex moglie si sono fatti più distesi, e lui si è ritirato dal processo per attenuare gli effetti giudiziari e sanzionatori ai danni della madre.

Non è una circostanza da poco, questa, per almeno due motivi.

Il primo è che la conflittualità - se si ha intenzione di farlo, con l'autorevolezza del caso - può essere spenta anche forzosamente, individuando la fonte del conflitto (o chi lo alimenta con i suoi comportamenti) e marginando la sua presenza in ambito genitoriale, senza per questo eliminando il genitore conflittuale dalla vita dei figli.

Il secondo è che i tempi della giustizia sono più lenti - enormemente più lenti - dei tempi che occorrono a due genitori per mettere in atto il buon senso e la razionalità. Gli ex coniugi di Cittadella sono arrivati prima dei giudici, e oggi la condanna della madre rischia certamente di creare nuovi attriti.

Un terzo insegnamento arriva anche per gli avvocati che cercano di cavalcare (con scarsa fortuna) la scena mediatica sull'onda dello scalpore suscitato dalla vicenda. L'avv. Coffari, difensore della mamma, continua a lanciare strali contro la c.d. PAS, ma sa già di essere stato sconfitto, ancora una volta, dalla ragione e dall'evidenza.

Non è la prima volta che i suoi impianti accusatori crollano inesorabilmente di fronte alle decisioni dei giudici.

Forse sarebbe il caso di rivedere un pò le strategie e, per una volta, provare a schierarsi con i bambini.


link: http://www.adiantum.it/public/3554-bambino-di-cittadella--chiesti-due-anni-per-la-madre.-riconosciuto-il-maltrattamento-psicologico.asp

domenica 18 maggio 2014

Responsabilita´ civile dei magistrati: esiste? di Marcello Adriano Mazzola

A fine aprile è stato “bocciato di fatto il disegno di legge sulla responsabilità civile dei magistrati voluto fortemente dal centrodestra. I senatori del Pd, i parlamentari grillini e gli ex 5 Stelle hanno approvato in commissione Giustizia del Senato, l’emendamento del M5S che cancella l’art.1, cioè il cuore del testo”.

Su un tema di straordinaria importanza si procede sulla falsariga di una discussione tecnica mentre invece in realtà domina uno scontro politico. Autonomia e indipendenza dei magistrati sono certo un bene prezioso, da salvaguardare nell’interesse di tutti. E della stessa democrazia.

Ma è altrettanto vero come essi non debbano significare impunità, irresponsabilità, autogestione.

A fronte di circa 8 mila magistrati togati ve ne sono almeno altrettanti onorari (i cosiddetti non togati). Tra i quali esponenti di assoluto valore, indipendenza, onestà intellettuale capacità, passione, rigore morale.

In Italia da tempo il potere esecutivo tenta di demolire il cosiddetto potere giudiziario, con l’intento di controllarlo. Ma tale equilibrio tra poteri impone anche reciprocità. Sarebbe dunque aberrante se fosse possibile agire con disinvoltura contro un magistrato (durante la pendenza del procedimento per il quale si intende contestargli la responsabilità civile) ma altrettanto aberrante sarebbe il contrario, ove si consentisse al magistrato di sottrarsi con disinvoltura da tale responsabilità, ove incorsovi.

Oggi non è possibile la prima aberratio ma si realizza la seconda.

La storia ci ricorda che dopo la pronuncia della Corte costituzionale n. 2/68 si tenne il referendum abrogativo l’8.11.87, – sulla scia del “caso Tortora” – e l’80% si pronunciò in favore dell’abrogazione del d.p.r. n. 497/1987, limitativa della responsabilità civile dei magistrati. Venne così approvata la legge 13.4.1988, n. 117 (responsabilità civile dei magistrati), che tuttora disciplina la materia. Normativa che ha corrisposto solo in parte all’intento dei promotori del referendum abrogativo, prevedendo una responsabilità diretta dello Stato e soltanto indiretta del magistrato, previa rivalsa dello Stato. E solo per dolo o colpa grave (art. 2, comma 3).

Il dettato e l’applicazione della l. 117/88 e i numeri conseguenti dimostrano come il risultato referendario sia stato tradito. La responsabilità civile dei magistrati è solo virtuale, non reale. La Corte costituzionale ha difatti coniugato l’opportunità della responsabilità civile del magistrato, temperandola con la necessità di salvaguardare l’indipendenza e l’autonomia della magistratura (Corte cost. n. 385/96). La legge n. 117/88 ha però trovato rare verifiche nelle corti e ciò non è un caso.

A seguito di uno studio sull’applicazione della legge (1988-2004), sono stati rinvenuti in 16 anni solo 6 casi in cui è stata ammessa l’azione contro lo Stato, dei quali solo 2 pervenuti ad una condanna a carico dello Stato. La scarna casistica non era dipesa dalle rade azioni di risarcimento, anzi frequenti, quanto invece all’interpretazione estensiva dell’ammissibilità dell’azione di responsabilità civile, così falcidiando le azioni alla radice.

Tale schermo rende quasi impossibile arrivare ad accertare la responsabilità civile (già indiretta) del magistrato, come ben sa l’avvocatura al pari degli sfortunati cittadini incorsi negli errori dei giudici.

In tale percorso riformatore il governo Monti venne battuto alla Camera dove venne approvato a scrutinio segreto un emendamento del leghista Pini che rivedeva la legge Vassalli prevedendo la responsabilità diretta dei magistrati, estesa alla “manifesta violazione del diritto”. Si è subito sostenuto però che ciò “mina la terzietà, l’indipendenza e l’autonomia dei magistrati e, quindi, il principio di uguaglianza dei cittadini di fronte alla legge”, come scritto dall’Associazione Nazionale Magistrati nel documento unitario consegnato in commissione Giustizia al Senato. Ciò che aveva indignato i magistrati era la definizione di “dolo” cui è stato riconosciuto addirittura “il carattere intenzionale della violazione del diritto“.

Il rimedio, si è sostenuto, sarebbe peggiore del male, visto che una norma simile non avrebbe eguali negli altri ordinamenti. Per vero io non ho mai letto uno studio di diritto comparato al riguardo. Occorre quindi essere onesti nella discussione. Come riconobbe anche Tinti nel 2012: “sia la legge del 1988 sia quella proposta dal governo, sono carenti. Entrambe prevedono un limite alla restituzione allo Stato da parte del magistrato: fino a un terzo dello stipendio annuo (la legge dell’88) e nella misura di uno stipendio annuo (la legge nuova). Insomma, lo Stato può pagare 100 milioni di euro per via di un errore (grave, inescusabile, una cazzata) commesso dal magistrato; ma questi gli restituisce al massimo 60 mila euro (in media il suo stipendio annuo). Questo è inaccettabile. 

Nessun cittadino gode di una tutela del genere.” 

Serve autocritica, la presa di coscienza che la legge Vassalli è stata volutamente applicata in modo talmente restrittivo da renderla di fatto inapplicabile.

Non si può però certo cadere nell’eccesso di introdurre forme agevolate tali da comprometterne autonomia e indipendenza. E’ però possibile immaginare:

a) una forma diretta di responsabilità in caso di dolo del magistrato;

b) semplificare il procedimento per la forma indiretta di responsabilità in caso di colpa grave del magistrato;

c) garantire la terzietà dell’organo giudicante prevedendo una composizione mista (magistrati, avvocati, cittadini);

d) non limitare l’obbligazione della posta risarcitoria.

Fonte: http://www.adiantum.it/public/3540-responsabilita%C2%B4-civile-dei-magistrati--esiste--di-marcello-adriano-mazzola-.asp