domenica 8 ottobre 2017

I Minori, la Giustizia e la Legge



doverosa riflessione


I Minori, la Giustizia e la Legge



Avv. Gerardo Spira *



Ogni giorno leggiamo sulla stampa notizie di decisioni estreme della Giustizia adottate nei casi di separazioni, che ormai hanno invaso la famiglia e la società come un fiume in piena. Non c’è più assunzione di responsabilità giudiziaria o almeno essa non ha assunto il concreto e pieno valore! Ogni Tribunale tira fuori dal cilindro il proprio coniglio. Il rito davanti al TRIBUNALE PER I MINORENNI è diventato un terno al lotto; nessuno riesce a prevedere la decisione, tranne qualche caso preannunciato per la notorietà dei soggetti in campo. 

I genitori aprono il fronte di guerra, la giustizia prepara lo scenario; il palcoscenico si affolla di una miriade di personaggi, pronti ad aggredire, a tentare di mediare o ad accaparrarsi il pomo della contesa nel lungo e interminabile percorso giudiziario. 

Il minore, soggetto che la legge pretende di salvaguardare, corre da una parte all’altra, strattonato, sgridato e imbeccato, in attesa di incontrare la tanto agognata pace e serenità. Intanto il tempo corre e come ormai tutti sappiamo, tra un rinvio e l’altro, memorie e Ctu, ci ritroviamo, ormai stanchi, maturi, si fa per dire, per sentire l’ardua sentenza. 

Nel giorno del giudizio i genitori si presentano con qualche capello bianco, accompagnati da qualche altro minore, intanto venuto al mondo nel quadro della convivenza allargata insieme al fratello, pomo della discordia, col tono della voce cambiato, accompagnato per mano dalla prima fidanzatina di turno. 

Finalmente, il giudice ha deciso e tutti, ansiosi di tornare alla vita ormai cambiata, ascoltano il rituale in un’aula apparecchiata e ammobiliata alla solennità. “In nome del popolo italiano……PQM… Giustizia è fatta! Almeno, pare; forse non è così; No, qualcuno piange, grida, è disperato! Chi è! La madre, il padre, qualche parente? ... E’ il minore, l’unico soggetto che lo ha preso a……quel servizio. 

La decisione non parla di lui, dei suoi sentimenti, del suo futuro. Eppure aveva tante cose da raccontare, dell’inferno in cui ha vissuto, del dolore che si è portato dentro, delle tante porcherie che ha dovuto sopportare e soprattutto la presenza di assistenti e psicologi che hanno sconvolto la sua vita privata, sezionandola come un corpo morto, senza curarsi delle sofferenze che ha dovuto reprimere per opportunità. 

Tutto questo fardello formerà il bagaglio che si porterà nei lunghi e interminabili silenzi della vita, quando sarà solo con se stesso. Nessuno lo ha ascoltato. Eppure egli voleva e lo chiedeva e quando non poteva parlare si esprimeva con le lacrime e il volto segnato dal dolore. Ma il Giudice affrettato dal carico del ruolo e delle cartacce, non ha avuto o non ha trovato il tempo per soffermarsi su questi segnali.

La decisione del Giudice, maturata e scritta in gran segreto non parla di lui, ma di soldi distribuiti e da distribuire all’uno o all’altro genitore, agli avvocati, ai tecnici; parla delle spese affrontate e sostenute per costruire e mantenere la scena. 

C’è chi si lecca le ferite, chi raccoglie le carte e quel che è rimasto della toga, segnata da una macchia, ben visibile non eliminata e c’è chi in silenzio, vagando e confuso, va verso l’uscita, quella che, tanto tempo fa, aveva intrapreso con sostenuto orgoglio. 

La solita voce di rito libera la scena: “chiamo la causa di… tutti prendono la strada del ritorno tra sommessi e furtivi sguardi, quasi a voler cercare la ragione di quella decisione, dopo tanto tempo.

Fuori dal palazzo i commenti e le discussioni continuano tra una pausa e l’altra e continuano in macchina, poi in famiglia, e ancora negli studi legali. Ognuno comincia a fare i conti. Chi ha perduto e chi ha vinto, e si parla sempre e soltanto di soldi. Si parla di quanto questo caso è costato allo Stato per stipendi a Giudici, personale collegato, assistenti, forze dell’ordine e d’intorni. La questione, così conclusa solo in primo grado, è costata un fiume di danaro che, moltiplicato per tutti i casi pendenti e crescenti, lascia perplesso qualsiasi esperto di politica economica. 

C’è chi pone la domanda: ma ne è valsa la pena?” non si potevano abbreviare i tempi per ridurre costi e spese? La risposta: la giustizia deve fare il suo corso e lo deve fare nei tempi e nei modi che in cui lo stabilisce il Tribunale. Lo Stato non ha alcuna competenza. L’organizzazione della macchina amministrativa e giudiziaria dipende dai giudici e da questi dipendono i tempi dei procedimenti. 

Il cittadino deve pazientare, attendere e pagare i costi di una organizzazione messa in piedi per fargli giustizia!?

Questo tema fa parte della ormai e diffusa discussione sul perenne conflitto tra i poteri dello Stato. La Politica non riesce ad arginare la invasione della magistratura e questa ne condiziona la vita perché conosce il sottobosco in cui opera. Si dice anche che la Giustizia soffoca la politica perché questa non risponde alle sue richieste.

E intanto i tempi corrono, i minori diventano uomini, mentre la Giustizia è sempre lì ad attenderti, più invecchiata e fuori moda, ma lì col solito rito e gli stessi soggetti, più distratti per la stanchezza, meno impegnati sui libri, più preoccupati dei problemi familiari, con la decorosità vistosamente deformata. 

Il tempo corrode anche la più resistente dignità, quando questa è condizionata dal ritmo infernale della vita moderna. 

In qualche tribunale, per dimenticanza, un minore, rimasto tale nelle carte, è stato “chiamato” all’età di 25 anni, per essere ascoltato. I genitori erano scomparsi, assistenti sociali ed operatori erano usciti di scena e lui era finito nella famiglia dei nonni.

Nella stessa aula di un tempo il giovane compare solo e senza avvocati. Il Giudice di turno lo ha chiamato per ascoltarlo, perché risultava quell’adempimento, rimasto scritto nella pratica ancora aperta. La presenza dell’uomo lo imbarazza. Il magistrato gira e rigira nervosamente le carte in cerca di una verità finita negli archivi della confusione burocratica. Vistosamente imbarazzato e con gli occhi bassi, fissati nel vuoto del tempo, si scusa e freddamente lo libera. Il giovane resta un attimo con lo sguardo rivolto sulla parete, alle spalle del Giudice. Ancora pendente vi è il cartello che ricorda con la scritta” La legge è uguale per tutti”.





* esperto di diritto amministrativo e minorile. *gerardospira@yahoo.it

lunedì 7 dicembre 2015

I DIRITTI DELL'UOMO CONTRO LA MALA GIUSTIZIA DEI TRIBUNALI DEI MINORI



Se una mattina decidi di scorrere le pagine di un notiziario giudiziario sulle decisioni dei tribunali per i minorenni resti violentemente sconvolto per la cultura con cui vengono trattati questioni che riguardano la vita e il futuro dei nostri figli. Nella materia dei minori tutti gli attori appaiono impegnati a trovare una soluzione al grande problema che ha colpito la famiglia, ma tutti sono responsabili del decadimento di uno dei grandi valori della società: la dignità della persona in cui si sommano i principali diritti dell'uomo. Leggiamo e riflettiamo! Se ne fa un gran parlare nei convegni e negli incontri, ma, dopo le pause conviviali, i partecipanti si mettono in contestazione tra loro, per confrontarsi su astruse teorie che finiscono per confondere il buon senso del DIRITTO e della GIUSTIZIA.
Nella G.U n.252 del 29 ottobre 2015 è stata pubblicata la legge n. 173 del 19 ottobre 2015, riguardante le modifiche alla legge n.184 sul diritto alla continuità affettiva dei bambini e delle bambine in affido familiare. Dal mondo della giustizia minorile arrivano notizie che finalmente alcuni tribunali cominciano a prestare attenzione ai minori più che ai genitori in lite. Dopo l'intervento della Consulta, il Tribunale dei Minori di Firenze, per la prima volta, ha autorizzato il figlio adottato a ricercare la propria madre naturale.
Il Tribunale di Firenze ha così preso atto di quanto consacrato nella Grande Carta di Strasburgo : “Non si può vietare ad un figlio adottivo di risalire ai genitori naturali”, è questo il principio in base al quale la Corte Europea dei Diritti dell’Uomo di Strasburgo aveva stabilito che la normativa italiana prevista nell’art. 28 co. 7 della legge 184 del 1983 doveva essere rivista. Dal Tribunale dei minori di Roma spunta la decisione che la figlia di una delle due conviventi, grazie alla procreazione assistita eterologa e' stata adottata dalla compagna della madre. Finalmente qualcosa di nuovo compare all'orizzonte del mondo giudiziario minorile. La forza corrosiva dei diritti dell'uomo sta penetrando nelle coscienze più retrive del mondo togato chiuso e ancorato ad una cultura giuridica ormai superata e sferzata da una società in continua rivoluzione.  In molti Tribunali della giustizia minorile con costanza paranoica sono stati perpetrati i più odiosi misfatti contro le famiglie e i minori. In questi stessi tribunali sono stati messi in atto procedimenti di persecuzione, di pressione forzata contro i genitori, specialmente padri, violando principi e valori posti a guardia della dignità dell'uomo. A torto o ragione sono stati separati padri dai figli, con decisioni di cultura vendicativa contro i diritti dell'uomo fino a sollevare le ire della Corte Europea che ha fatto sentire i suoi strali con pesanti sanzioni. Alcuni Giudici, con la compiacenza dei magistrati della porta accanto, si sono accaniti contro la legge e la comune morale familiare con decisioni che hanno stravolto la vita delle famiglie, distrutto patrimoni e minato le radici del DIRITTO del nostro Paese conclamato a “culla della civiltà”. 
E mentre avanzano le novità normative che pongono sullo stesso piano dei diritti figli legittimi, legittimati e naturali la legge n.54 del 2006, famosa per l'affidamento condiviso, resta ancora chiusa nei cassetti di molti tribunali, offuscata da polverose interpretazioni e dalle solite decisioni di separazioni imposte anche nei confronti del figlio. Il legislatore ha disposto l'affidamento paritario, invece la giustizia ha sempre separato il figlio dai genitori. Dai Tribunali fino alla Suprema Corte di Cassazione sono venute le più disparate decisioni, tutte diverse nel merito, pur trattando lo stesso contenuto: ragioni, affetti, sentimenti e la vita dei minori separati. La giustizia minorile, si è mossa sempre in modo contrario alla volontà del legislatore!. 
Un tribunale ragiona in modo diverso dall'altro. Anzi un collegio si guarda bene dal richiamare la decisione di un altro collegio. L'autonomia e l'indipendenza della magistratura in Italia valgono per ciascun Ordine e grado di ciascuna circoscrizione. Ogni Giudice è ordine e potere a sé! 
Ciò che decide un tribunale non appare orientamento condiviso da un altro, nella stessa materia e identico contenuto. Cavilli e interpretazioni, fuori dal diritto, hanno aperto le porte ad un contenzioso che ha visto come attori giudici, avvocati ed operatori, tutti impegnati, a diverso titolo, nel girotondo del grande affare economico-finaziario, che non ha nulla a che fare coi diritti di un minore, coi suoi sentimenti e con quelli delle famiglie coinvolte. Il Minore?
Il minore che deve essere il primo e l'unico soggetto da tutelare, è stato scientemente tenuto ai margini del conflitto, come se la questione non lo riguardasse, trascinato nelle Corti, per confermare se volesse vedere il padre e se lo volesse frequentare. Una idiozia giudiziaria che si perpetra spudoratamente e quotidianamente, col tacito assenso di tutti, con rito abitudinario davanti ai bambini che assistono increduli e spauriti in un ambiente in cui si sente l'odore sgradevole di una giustizia vecchia e decrepita .
La lite della separazione è stata trasformata, strategicamente, dagli osannati cultori del diritto in conflitto permanente, da cui il malcapitato genitore, quasi sempre l'uomo, non ne esce più. 
Mentre qualche spunto di nuova cultura giuridico- giudiziaria apre le porte alle coppie naturali e agli affidamenti eterologi, si spera senza altri danni, questa stessa giustizia ha dimenticato che vi sono ancora casi che attendono, da tempo lo stesso riconoscimento e identica condivisione, secondo una legge, rimasta nel cassetto.
E' tradito il principio costituzionale che tutti sono uguali di fronte alla legge e che la logica del diritto va applicata in modo uguale per tutti, per i figli adottati, per quelli naturali, per i legittimati, per figli legittimi e per i figli dei carcerati.  Invece mentre i figli naturali trovano spazio e riconoscimento, giustamente, e mentre il Ministro della Giustizia Orlando ha approvato un protocollo per consentire ai minori di mantenere contatti e frequentazioni con i genitori carcerati, ancora vi sono genitori che aspettano davanti alla porta dei tribunali per vedere il proprio figlio, per sapere come sta e per vedere quanto è cresciuto, come pensa, che volto ha, come è cambiato nelle abitudini della vita. 
Con la scusa del fantasioso percorso protetto, pura invenzione psico-giudiziaria, vi sono ancora genitori messi in castigo da anni in attesa di superare una prova che non è prevista dalla legge e che è nascosta nella insana ragione di operatori abituati a dividere e non ad unire.. 
Molti padri hanno rinunciato alla vita( la casistica quella volutamente nascosta, riporta dati allarmanti), molti hanno dovuto mollare per disagi e difficoltà creati e aggravati nel lungo tempo di spasmodica attesa.
Vi è un caso presso il Tribunale di Imperia, città ridente nella lussuosa Liguria, finita quest'ultima sulle pagine della cronaca della criminalità mafiosa, in cui un Giudice, sempre di genere, ha talmente confuso la vicenda, da tenere in castigo, da oltre dieci anni, la madre francese perché“ non conosce la lingua italiana” (sic) vietandole ogni contatto con la figlia, collocata presso la “famiglia” del padre “italiano”. 
Un interprete deve fare da tramite negli incontri protetti. !!!!???? In Uganda il diritto naturale sicuramente decide con più buon senso.
Vi è ancora un altro caso a Roma davanti al Tribunale dei minori che attende da anni una decisione rimasta nel limbo delle congetture della Giustizia di genere, finita nel groviglio dei rapporti : Servizi socio-sanitari- cooperative e personaggi scomodi al mondo politico-istituzionale. Mentre il bambino, ora divenuto ragazzo, va scappando per l'Italia con la madre, sottratto alla legge e al diritto, il padre attende davanti alla porta del Tribunale da oltre tre anni che il giudice responsabile assuma una decisione che non viene presa perché una dirigente dei Servizi sociali di Roma capitale risulta intercettata in un colloquio con tal Buzzi, il famoso delle scorribande istituzionali tra le cooperative di servizi. 
Il Giudice della Corte di Appello sempre di Roma non si sa se ha dimenticato il caso o non ha il coraggio di affrontarlo. 
La civiltà giuridica nasce e cresce nei tribunali e non nel Parlamento, almeno fino a quando non viene chiarito cosa si intende per autonomia ed indipendenza. Qui è lo snodo della risoluzione del grande problema della Giustizia. 
La giustizia del “fai da te” ricorrente in questo periodo lascia sospesa la domanda” è ancora utile questa giustizia? 

avv. Gerardo Spira

martedì 17 marzo 2015

Violenza sugli uomini, ecco i risultati di una ricerca universitaria: numeri allarmanti


di Massimiliano Gobbi


Oltre sei milioni uomini vittime di violenza, oltre 3,8 milioni di violenza sessuale e 2,5 milioni di atti persecutori. Circa 500 mila solo a Roma. Questi sono i numeri emersi da una ricerca presentata nel 2012 a Roma sulla violenza della quale sono vittime soggetti maschili. Dati sorprendenti che rappresentano un quadro sociale per certi versi sconvolgente elaborato attraverso i migliori criteri ISTAT.

Nonostante la ricerca sia stata pubblicata da diverso tempo, nel 2015 ancora non si placano le proteste di chi non accetta che anche le donne italiane sanno essere violente come gli uomini. Lo studio pubblicato in Rivista di Criminologia, Vittimologia e Sicurezza – Vol. VI – N. 3 – Settembre-Dicembre 2012, è stato sviluppato da un equipe di studiosi capitanati dal professor Pasquale Giuseppe Marcrì dell’Università di Arezzo, e composta dal dottor Fabio Nestola, curatore centri Studi Fenbi ed Ecpat; dalla dottoressa Yasmin Abo Loha, coordinatore Ecpat Italia, dalla dottoressa Sara Pezzuolo, psicologa giuridica.

Il gruppo di studiosi ha individuato un campione di 1056 uomini, di età compresa tra i 18 e i 70 anni, e ha posto loro domande a proposito del rapporto con le donne. È emerso che molti uomini sono vittime di atti persecutori e violenza proprio da parte delle compagne.

L’indagine, regolarmente depositata presso il CNR (dal quale ha ricevuto verifica di conformità tecnica e bibliografica), ha portato a risultati sorprendenti: il 77% degli intervistati ha dichiarato di aver subito almeno una volta violenza psicologica da parte di una donna e il 63%, rispondendo alle domande degli studiosi, ha ammesso di aver subito violenza fisica proprio da parte di un’esponente del gentil sesso.

«Questo studio dimostra che la violenza non è di genere». «La violenza è compiuta sia da uomini sia da donne, per questo gli sportelli anti-violenza dovrebbero essere dedicati a entrambi. Anche il dato romano, che registra circa 500 mila vittime di violenza, necessita una seria riflessione» afferma il dottor Fabio Nestola.

«I dati sono perfettamente sovrapponibili a quelli della violenza sulle donne». «Eppure l’Italia è l’unico Paese in cui non si indaga e non si parla di violenza sugli uomini sia maggiorenni che minorenni. Troppo a lungo la violenza è stata considerata come un fenomeno di genere e non indagato nella totalità» aggiunge la coordinatrice Ecpat Italia, Yasmin Abo Loha.

«Questo studio va a colmare un vuoto informativo, istituzionale». «Esistono dati infiniti per quanto riguarda la violenza nei confronti delle donne, ed e’ doveroso, ma non esiste nulla nel nostro paese per la violenza a ruoli invertiti. E’ uno studio che va ad analizzare il concetto di violenza come concetto astratto e per farlo abbiamo usato lo stesso schema utilizzato dall’Istat alcuni anni fa per svolgere un’indagine conoscitiva rivolta all’utenza femminile, quindi domande su: violenza psicologica, fisica, sessuale e su atti persecutori» aggiunge il curatore centri Studi Fenbi ed Ecpat.

«Purtroppo non si vuole parlare di questi temi». «Quando si parla di violenza si tende a pensare solo a quella sulle donne, in qualche caso sui bambini” dice la dottoressa Yasmin Abo Loha, coordinatrice Ecpat Italia ed esperta di abusi e pedofilia, “il nostro intento era quello di colmare un vuoto scientifico”.

«L'uomo fatica a riconoscersi vittima». «Abbiamo riscontrato che l’uomo incontra estrema difficoltà nel riconoscersi come vittima», spiega Fabio Nestola, componente del gruppo di ricerca, «pertanto per le vittime maschili esiste un sommerso enormemente superiore al pur considerevole sommerso delle vittime femminili».

«Mancano strutture». Contrariamente a quanto previsto per le vittime femminili, per l’uomo non esiste alcuna sollecitazione istituzionale a denunciare la violenza subita, nessun centro di accoglienza, nessun numero verde, nessuno sportello di ascolto pubblico o privato», prosegue Nestola, «persino in commissariato, quando prova a sporgere denuncia, l’uomo che ammette di essere vittima della propria compagna ha difficoltà ad essere creduto e si scontra con un atteggiamento di sufficienza, sottovalutazione del fenomeno, spesso anche derisione».

link: www.adiantum.it/public/3629-violenza-suglio-uomini,-ecco-i-risultati-di-una-ricerca-universitaria--numeri-allarmanti.asp

domenica 22 febbraio 2015

Stefano Liberato: manifesto a Roma per mio figlio Alexander. Si intervenga sulla condotta di Bucarest

E’ ormai dal lontano 4 novembre 2006 che Stefano Liberato lotta per poter riabbracciare il proprio figlio Alexander scomparso e sottratto al nostro Paese e ai suoi familiari. Ma dalle indagini delle autorità rumene ancora nessuna traccia.

“Alexander è scomparso, non so più se è vivo o morto, aiutatemi a trovare mio figlio!” E’ questo il grido di Stefano Liberato che, in prossimità del nono compleanno del figlio Alexander, riecheggierà in questi giorni a Roma. Un appello ed una richiesta di aiuto che inizierà il 19 febbraio in Piazza Montecitorio (di fronte alla Camera dei Deputati) e continuerà venerdì 20 febbraio in Senato (piazza delle cinque lune) dalle ore 9.00 alle ore 14.00.

Protesta partita da Roma che nel giro di poco tempo coinvolgerà altrettante piazze italiane ed europee: ”L’obiettivo fondamentale della protesta è ritrovare Alexander” dichiara il suo papà. “Per far ciò bisogna coinvolgere tutte le forze politiche assieme al Presidente della Camera affinchè interagisca direttamente con il Ministero degli esteri” aggiunge Stefano Liberato.

continua link: www.adiantum.it/public/3620-stefano-liberato--manifesto-a-roma-per-mio-figlio-alexander.-si-intervenga-sulla-condotta-di-bucarest.asp

mercoledì 18 febbraio 2015

Un collegio del tribunale di Milano cancella, con un colpo di spugna, tutta la cultura antipaterna

avv. Gerardo Spira

Milano-14 gennaio 2015, Presidente dell'Arciprete, relatore Giuseppe Buffone decreta: il padre deve occuparsi della figlia, anche se in tenera età. La decisione finalmente punta il dito sulla legge dichiarata e voluta "uguale per tutti". Il Tribunale ha stabilito che "solo esercitando il ruolo genitoriale un genitore matura ed affina la propria competenza genitoriale". La decisione è senza dubbio rivoluzionaria perchè frantuma un periodo di acquisite decisioni contro la figura del padre, cultura di genere e residuata di studi razzisti. E' riaffermata la validità della legge n.54/2006 sull'affidamento condiviso e finalmente la Giustizia ha ristabilito il principio che entrambi i genitori devono prestare cure ed impegni nella prospettiva che vede entrambi attori del progetto di vita e del futuro del figlio.E' altresì sfaldata la teoria che nella prima tenera età il padre non avesse le caratteristiche genitoriali per partecipare al processo di crescita del figlio. Hanno, fino al 14 gennaio, tutti preso un colossale granchio: giurisperiti, operatori, studiosi a vario titolo e quanti si sono affannati nell'arena delle contese per sostenere l'una o l'altra tesi, a giustificazione delle esclusive qualità, soprattutto della donna, nell'età del minore da uno a tre o quattro anni. La decisione è ancora più crudele, per gli assertori di queste teorie, sostenute nell'ambito di coppie unite in matrimonio. Il caso di Milano, infatti, riguarda una coppia di fatto, per cui la decisione assume un valore ancora più pregiato. Nell'ambito del procedimento per l'affidamento e il mantenimento dei figli nati fuori da matrimonio il Tribunale di Milano col decreto del 14 gennaio stabilisce che " genitore non si nasce ma si diventa" Il principio è semplice e non ha bisogno di astruse o contorte teorie. Il falegname, il meccanico, l'avvocato, il magistrato imparano il mestiere o la professione esercitandola. Vi è poi chi lo fa con diligenza e con impegno e chi invece con negligenza, imperizia o imprudenza. Il ruolo di genitore ha qualcosa più del mestiere, l'impegno e le cure di un figlio che è parte di se stesso e il prolungamento della propria vita. Escludere un genitore dalla vita di crescita di un figlio, vuol dire impedirgli di assumere la responsabilità disposta dalla legge e additarlo alla società come un soggetto pregiudicato negli affetti e nei rapporti. La decisione del Tribunale di Milano ricompone elementi ed aspetti fondamentali per la crescita dell'uomo: il valore dei diritti all'uguaglianza nella condizione genitoriale i tempi di permanenza con entrambi i genitori e quelli di frequentazione. Impedendo ad un genitore di svolgere il ruolo assegnato dalla legge, questi non apprenderà mai lo stato adeguato alle sue competenze, con la conseguenza di pregiudicare i futuri rapporti col figlio e causare conseguenze irreparabili nella sua vita futura. In punto di diritto il Tribunale di Milano ha infatti riconosciuto ed imposto il principio "Il fatto che, al cospetto di una bimba di due anni, un padre non sarebbe in grado di occuparsene, è una conclusione fondata su un pregiudizio che confina alla diversità (e alla mancanza di uguaglianza) il rapporto che sussiste tra genitori". Il decreto del tribunale di Milano, valorizzando la riforma sulla filiazione, ha scardinato tutte le consolidate interpretazioni fondate su principi di disuguaglianza, di evidente parzialità e di assenza del contraddittorio nel cosiddetto processo della volontaria giurisdizione. Il tribunale di Milano risolve anche la dibattuta questione relativa all'applicazione analogica dell'art.336,3 comma c.p.c., che consente al giudice di provvedere, d'ufficio, in via di urgenza nell'interesse del minore. Le garanzie dei provvedimenti provvisori trovano fondamento nella Carta costituzionale (art 24 secondo comma) e nella sentenza della Corte di giustizia europea del 19 giugno 1990. Secondo il Tribunale di Milano dunque i provvedimenti provvisori costituiscono la fonte insopprimibile per assicurare una vita tutelata e dignitosa dei bisogni e degli interessi del minore. Aperto il solco, è necessario che la cultura del diritto di famiglia si dispieghi verso il mondo aperto dei diritti e dei sentimenti del minore, senza privarlo di nessuno dei genitori e soprattutto del padre, punto di riferimento nella società di relazioni. Telemaco dopo oltre due millenni ancora va alla ricerca del padre, per ristabilire l'autorità nel domicilio violato e riaffermare la sua dignità di figlio. 

TRIBUNALE DI MILANO
SEZIONE IX CIVILE
DECRETO 14 GENNAIO 2015
(PRES. DELL'ARCIPRETE, REL. BUFFONE)
link (vai infondo alla pagina): http://www.altalex.com/index.php?idnot=70256